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Torna alla lista degli Articoli 31 Lug 2014

CHE SE NE FA LO PSICOPATICO DELL'EMPATIA?

Il significato originario e più meccanico di empatia è «proiezione»: la capacità di mettersi nella posizione di un'altra persona, un animale o un oggetto, e immaginare la sensazione di essere in quella situazione. L'esempio del grattacielo indica che non è nemmeno necessario che l'oggetto della propria empatia, in questa accezione del termine, provi dei sentimenti, tantomeno dei sentimenti di cui l'empatizzante si preoccupa.
Strettamente connessa alla proiezione è la capacità di «assunzione di prospettiva», cioè di visualizzare il mondo quale appare dal punto d'osservazione di un altro. È ben noto come Jean Piaget abbia dimostrato che i bambini sotto i sei anni circa non sono in grado di visualizzare la disposizione di tre montagne giocattolo su un tavolo dal punto di vista di una persona seduta di fronte a loro, un tipo di immaturità che egli chiamò «egocentrismo».
Per essere giusti con i bambini, la cosa non viene facile neanche agli adulti.
Leggere una mappa, decifrare il segno «voi siete qui» e ruotare mentalmente oggetti tridimensionali può mettere a dura prova i più bravi di noi, ma questo non dovrebbe gettare dei dubbi sulla nostra compassione. Più in generale, l'assunzione di prospettiva può implicare intuizioni, oltre che di ciò che una persona sta vedendo, di ciò che sta pensando e sentendo, il che ci porta ad ancora un altro senso della parola empatia.
Con «lettura della mente», «teoria della mente», «mentalizzazione» o «accuratezza empatica» s'intende la capacità di intuire che cosa uno sta pensando o sentendo in base alle sue espressioni, ai suoi comportamenti o alle circostanze. Essa ci permette di dedurre, per esempio, che una persona che ha appena perso il treno è probabilmente inquieta e sta cercando di capire come può arrivare a destinazione in tempo» La lettura della mente non richiede di fare esperienza delle esperienze altrui, né di preoccuparsi per gli altri, solo di riuscire a capire quel che sono. Essa può infatti comprendere due capacità: quella di leggere i pensieri (compromessa nell'autismo), e quella di leggere le emozioni (compromessa nella psicopatia). 
Alcuni psicopatici intelligenti imparano a leggere gli stati emotivi altrui per meglio manipolarli, anche se non riescono ad afferrare la vera trama emozionale di tali stati. Un esempio è lo stupratore che, parlando delle sue vittime, disse che erano spaventate ma che comunque non le capiva: anche a lui era capitato di provare paura, e non l'aveva trovato affatto spiacevole." Poi, che comprendano o no gli stati emotivi altrui, gli psicopatici semplicemente non se ne interessano. Sadismo, Schadenfreude e indifferenza al benessere degli animali sono altri casi in cui una persona può essere pienamente consapevole dello stato mentale di altre creature, ma per nulla simpatetica nei loro confronti.
Tuttavia, quando si è testimoni della sofferenza di un altro, spesso si prova "disagio" (distress). È questa la reazione che impedisce di colpire a sangue in una rissa, che mise in ansia i partecipanti all'esperimento di Milgram al pensiero che stavano somministrando scosse elettriche, e che fece provare ai riservisti nazisti, quando spararono per la prima volta agli ebrei a distanza ravvicinata, un violento senso di nausea. Come questi esempi chiariscono fin troppo bene, il disagio per la sofferenza altrui non è la stessa cosa della preoccupazione simpatetica per il loro benessere. A volte, anzi, è una reazione indesiderata che si può soffocare, o qualcosa di molesto cui si può cercare di sfuggire. Molti di noi, intrappolati su un aereo accanto a un bambino che strilla, provano un gran disagio, ma è più probabile che ci sentiamo simpatetici con il genitore che con il bambino, ed è facile che il nostro desiderio più forte sia cambiare posto. Da molti anni un'istituzione filantropica, Save the Children, fa pubblicare su riviste annunci che, sotto la straziante fotografia di un bambino poverissimo, recitano: «Puoi salvare Juan Ramos con 5 centesimi al giorno. O puoi voltare pagina». La maggior parte della gente volta pagina. Le emozioni possono essere contagiose. Ridi e il mondo riderà con te; è per questo che nelle sitcom si sentono risate registrate e nei cattivi sketch comici le battute sono sottolineate da colpi di tamburo che simulano scoppi di risa. Altri esempi di contagio emotivo sono le lacrime a un matrimonio o a un funerale, la voglia di ballare a una festa vivace, il panico a un allarme bomba, e il diffondersi della nausea su una barca che ondeggia. Una versione più debole di contagio emotivo è rappresentata da reazioni vicarie, come quando facciamo una smorfia di simpatetico dolore vedendo un atleta farsi male, o sobbalziamo di fronte a James Bond legato a una sedia e preso a schiaffi. Un'altra è il mimetismo motorio, come quando apriamo la bocca nel cercare di dare da mangiare a un bambino un omogeneizzato di mele.
Molti fan dell'empatia parlano come se il contagio emotivo fosse alla base dell'«empatia» nell'accezione del termine che ha più importanza per il bene della specie umana. Ma nell'accezione che ha più valore per noi essa è una reazione diversa, che può essere chiamata «interesse simpatetico» o, per brevità, «simpateticità». La simpateticità consiste nel fare corrispondere al proprio il bene di un'altra entità, sulla base della conoscenza delle sue gioie e dei suoi dolori. Nonostante la facile equazione fra simpateticità e contagio, non è difficile capire perché essi non siano la stessa cosa» Se una bambina è stata spaventata dall'abbaiare di un cane e grida in preda al terrore, la mia reazione simpatetica non è gridare in preda al terrore insieme a lei, ma confortarla e proteggerla. Per contro, può accadere che mi senta profondamente simpatetico con una persona le cui sofferenze non posso vivere vicariamente, come una donna che partorisce, una donna che è stata violentata o un malato di cancro. E le nostre reazioni emotive, lungi dal duplicare automaticamente quelle di altre persone, possono ruotare di 180 gradi, a seconda che ci sentiamo in alleanza o in competizione con loro. 
S. Pinter, Il declino della violenza, Mondadori,  p. 645s

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