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Dottor Google e l’autodiagnosi online

L'uso dei motori di ricerca può rafforzare le preoccupazioni sulla salute, come ha confermato anche un sondaggio condotto dalla Microsoft su 500 persone. Pare che “Dottor Google” faccia ammalare soprattutto se gli utenti consultano molte pagine internet, se in esse le informazioni sono formulate in modo sensazionalistico e se gli utenti tendono a farsi prendere dal panico invece di cercare spiegazioni razionali per i propri disturbi. La cybercondria colpisce soprattutto chi non riesce a sopportare l'insicurezza.

Se si inserisce in un motore di ricerca “dolori addominali” si arriva presto in portali di medicina dove il malessere è attribuito per lo più all'ipersensibilità a lattosio, fruttosio, glutine, istamina o altre sostanze. Negli elenchi di sintomi i pazienti possono segnare quelli che li riguardano. Ma spesso proprio per le intolleranze alimentari i sintomi sono così generici che praticamente chiunque vi si può riconoscere. Anche una persona sana ogni tanto può provare dolori addominali, brontolii dello stomaco, spossatezza e meteorismo.

I pazienti vanno dal medico di base, gli mettono sulla scrivania un articolo su un'intolleranza o una pagina web stampata e chiedono: "Non è quello che ho anch'io?", racconta Johann Ockenga, docente di medicina interna e gastroenterologia alla Clinica universitaria di Brema. Poi è difficile distoglierli da questa loro convinzione. “Noi medici in questi casi parliamo ormai di sindrome di Google”.

Attualmente una delle maggiori preoccupazioni è legata ai rischi derivati dal consumo di grano. Libri come La dieta zero grano, di William Davis, e La dieta intelligente, Perché grano, carboidrati e zuccheri minacciano il nostro cervello, di David Perlmutter, hanno toni drammatici che non lasciano indifferenti. Contengono frasi come “chi mangia grano muore prima” o “i cereali moderni distruggono il cervello”, che diffondono ansia e terrore.

In realtà molte affermazioni sono banali e risapute da tempo: chiunque sa che il consumo eccessivo di pane, pasta e biscotti fa ingrassare e aumenta il rischio di malattie secondarie. Ma lo stesso vale anche per il salame o il lardo. La tesi che il grano, o meglio il glutine in esso contenuto, danneggi il cervello non è sostenibile scientificamente. Eppure la diffusione del panico funziona: milioni di persone hanno comprato questi manuali, che negli Stati Uniti e in Germania sono diventati fortunati best-seller.

Navigando tra i forum online si può intuire quanti lettori si sforzino di seguire i consigli nutrizionali degli autori di questi volumi. Davis e Perlmutter consigliano ai loro seguaci di mangiare pochi carboidrati e molta carne. Le regole dietetiche però sono così severe che probabilmente molti non resistono a lungo. Ma chi segue questi consigli, e ogni tanto non resiste a un pezzo di pane o a una fetta di torta, avrà paura di conseguenze gravi. Jessica Biesiekierski e i suoi colleghi della Monash University di Melbourne hanno dimostrato che la paura del glutine è sufficiente a provocare disturbi reali. A questo scopo la ricercatrice si è messa ai fornelli con i suoi assistenti e per varie settimane ha cucinato per persone che riferivano una sensibilità al glutine. Una parte dei soggetti ha ricevuto una dieta senza glutine, gli altri invece alimenti che ne contenevano poco o tanto. Né i partecipanti né i ricercatori sapevano quali preparazioni venivano somministrate ai diversi gruppi. Tutti e tre i piatti erano così simili in termini di gusto, consistenza e aspetto che gli “assaggiatori” potevano indovinare solo per caso se contenessero glutine oppure no. Incredibilmente i disturbi come nausea e dolori addominali si sono aggravati in tutti i partecipanti, sebbene solo alcuni di loro fossero davvero venuti in contatto con il glutine. Evidentemente il solo timore di averlo ingerito provocava sintomi reali.

Quindi chi, dopo aver letto libri come La dieta intelligente, da un lato teme che pane o pasta gli facciano male ma dall'altro non riesce a mantenere una dieta rigorosa, potrebbe facilmente accusare i sintomi annunciati da Perlmutter: ansia, difficoltà di concentrazione, mal di testa.

Le isterie sulla salute vanno e vengono: negli anni ‘80 e ‘90 ha dato problemi a molti la cosiddetta sensibilità chimica multipla. Ancora oggi in alcune pagine web il quadro clinico è presentato come una diagnosi sicura: la multiple chemical sensitivity (MCS) sarebbe una reazione eccessiva del sistema nervoso centrale a varie sostanze e agenti inquinanti come profumi, solventi, detersivi e veleni presenti negli spazi abitativi, sostiene il portale della casa editrice DocMedicus. Mentre la maggior parte delle persone si accorgerebbe appena di queste sostanze, in soggetti sensibili a volte potrebbero provocare danni gravi.

A lungo anche gli specialisti si sono occupati della sensibilità chimica: medici e scienziati hanno preso sul serio i disturbi dei pazienti e hanno analizzato i residui delle sostanze nei loro fluidi corporei, ma sono arrivati alla conclusione che le quantità erano decisamente troppo basse per poter provocare effetti di qualche tipo. Renate Wrbitzky, della Facoltà di Medicina di Hannover, ha pubblicato con alcuni colleghi un position paper secondo cui finora non è stato possibile, con alcun tipo di test, misurare parametri fisiologici o biochimici collegati a questi sintomi. Una diagnosi in senso scientifico non è possibile. Niels Birbaumer, docente di psicologia all'Università di Tubinga, ha attribuito la sensibilità chimica multipla all'effetto placebo: a suo parere era la paura delle sostanze, non il contatto con le stesse a provocare disturbi.

 

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