Il broncio dei neonati

20 Feb 2018

Quando nasce un figlio, in pochi mesi si afferma rapidamente come il tiranno di casa, deciso a comandare con un singolare ultimatum fonetico ("Oooo- whaaah"), piccoli pugni di ferro serrati per la rabbia e una faccia che si agita come il mare in tempesta. Il suo placido silenzio può passare istantaneamente all'ira; l'ira (una volta appagata) può lasciare il posto a uno sguardo fisso; lo sguardo fisso, di tanto in tanto, si scioglie in sorpresa, che talvolta diventa eccessiva, muta in terrore. Con questa implacabile esecuzione del detto “tutto lavoro e niente divertimento”, domina per settimane senza sorridere, fare moine, ridacchiare o mostrare qualsiasi segno apparente di felicità.
 
Durante queste esibizioni, ci si può chiedere perché non abbozzi mai un sorriso. La sua smorfia sapiente, completa di espressione accigliata, broncio e occhi strizzati, dimostra che i suoi muscoli facciali sono abbastanza forti e coordinati da produrre qualunque numero di espressioni. In assenza di espressioni di felicità, forse è infelice?
I neuroscienziati della Yale University: lo psichiatra Al Kaye e Dustin Scheinost, docente associato al Dipartimento di radiologia e imaging biomedico e al Child Study Center di Yale hanno provato a rispondere a questa domanda.

Il primo, che si è specializzato nell'imaging di calcio nel topo (una tecnica per osservare all'interno del cervello l'attività dei singoli neuroni), ha scelto il rigido approccio della biologia molecolare, che metteva in dubbio la natura fisica della felicità, in base alla natura della memoria. Ci si è chiesti se la natura della felicità consistesse nell'essere in grado di richiamare un insieme di ricordi, in modo che, quando qualcosa ti ricorda una felicità precedente, ti senti felice e sorridi. In altre parole: forse la mancanza di felicità nei neonati è dovuta alla mancanza di ricordi felici.

"Avete mai sentito parlare del concetto freudiano di amnesia infantile?", ha fatto osservare Al Kaye, con un sorriso ironico. Alla fine del XIX secolo Sigmund Freud osservò che i suoi pazienti non riuscivano a ricordare eventi della prima infanzia, e chiamò il fenomeno amnesia infantile. Freud pensava che questi pazienti avessero represso ricordi sessuali problematici di quel periodo (per esempio l'allattamento al seno, il cambio del pannolino e così via). Grande osservazione, risposta sbagliata: si è scoperto che l'amnesia infantile esiste in moltissime specie (comprese quelle non turbate da questioni sessuali) e può essere compresa in termini neurobiologici, non sessuali.

Lo psichiatra ha inoltre parlato di un esperimento ormai famoso effettuato da Katherine Akers nel laboratorio di Paul Frankland all'Università di Toronto. Lo studio, pubblicato su Science, suggeriva che la formazione della memoria richiede una rete stabile di neuroni interconnessi, rete che, per alcuni tipi di ricordi, si trova nell'ippocampo. Nei neonati, i nuovi neuroni nascono piuttosto spesso, in un processo chiamato neurogenesi. Negli adulti, la neurogenesi è rallentata, quindi la struttura generale della rete è più stabile.
Akers si era chiesta se l'instabilità della rete causata dalla neurogenesi potesse spiegare i ricordi piuttosto scarsi dei bambini e quelli piuttosto abbondanti degli adulti. Ha verificato l'idea inducendo la neurogenesi nei topi adulti e scoprendo che, in effetti, diventavano più smemorati. Rallentando la neurogenesi nei topi neonati, Akers ha mostrato che erano più capaci di ricordare.

Sembra dunque che la neurogenesi sia sufficiente a indurre l'amnesia infantile, anche negli adulti! Per poter ricordare, sono necessari neuroni cerebrali per codificare e quindi recuperare i ricordi. In preda a un boom neurogenico, forse i neonati non erano felici semplicemente perché non riuscivano a richiamare ricordi felici.

Dustin Scheinost, invece, che è specializzato in imaging cerebrale umano con risonanza magnetica (una tecnica che permette di studiare grandi popolazioni di neuroni), ha dato una risposta basata sullo sviluppo del cervello umano. "Essere felici richiede una buona dose di pensiero autoreferenziale, mentre soffrire o essere infelici non lo richiede allo stesso modo", ha suggerito. "Per essere felice, devi sapere che sei felice. Molta dell’infelicità dei neonati, inizialmente, non è vera infelicità, ma piuttosto un sentimento primordiale, come ‘Sono affamato‘ o ‘Sono bagnato‘. Non è come ‘accidenti, sarei davvero felice se non fossi seduto in questo pannolino bagnato‘".
Questo concetto di pensiero autoreferenziale, vale a dire la capacità di riflettere su come ti senti e su quello che desideri, è associato a una rete di regioni del cervello detta di default. Scheinost ha parlato di due studi, entrambi pubblicati sui Proceedings of the National Academy of Science, che suggeriscono entrambi che questa rete non sia completamente sviluppato alla nascita.

Il primo studio, pubblicato nel 2009, è stato effettuato da Wei Gao, dell'Università del North Carolina a Chapel Hill, e ha usato una tecnica chiamata risonanza magnetica funzionale a riposo per dimostrare che la rete cerebrale di default, che si ritiene coordini i pensieri autoreferenziali nel cervello, non è del tutto presente alla nascita, ma è sempre più "on line" con il passare del tempo.

Il secondo studio è stato pubblicato nel 2010 da Valentina Doria dell'Imperial College London e colleghi. Usando anche in questo caso la risonanza magnetica funzionale a riposo, i ricercatori hanno dimostrato che le reti cerebrali responsabili della vista, del tatto, dell'udito e del movimento sono ben formate alla nascita, il che è supportato dalle osservazioni secondo cui i neonati possono vedere, sentire, ascoltare e agitarsi fin dalla nascita (la coordinazione è un'altra storia).

Hanno anche mostrato che la rete di default è grosso modo presente alla nascita, ma che si sta ancora aggregando, sta ancora "imparando", e che l'attività in questa rete diventa via via più coordinata con la crescita dei bambini. A quanto pare, entrambi gli studi mostrano che il repertorio completo di reti funzionali del cervello è solo abbozzato alla nascita, ma diventa più raffinato con l'età.

Dopo quattro mesi, i bambini iniziano a sorridere e ridere. Dunque è più chiaro quando le cose stanno andando bene e quando si è in allarme rosso.

Liberamente tratto da LeScienze, del 7 febbraio 2018
 

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