Intervista Giulio Uffreduzzi, tutor di Riprogrammazione Bioenergetica

02 Gen 2018

Giulio ha ha conseguito il titolo di Counselor della Riprogrammazione Esistenziale dopo aver frequentato il triennio proprio all'Accademia qui a Roma, ed è abilitato a livello nazionale presso l'Associazione Professionale FAIP.  Ha maturato esperienza all'interno dell'ALPA (Associazione Liberi dal Panico e dall'Ansia), attraverso consulenze di Counseling in ambito privato e di gruppo. Ha condotto seminari di CineCounseling, è un massaggiatore olistico e operatore Reiki. Ha fondato insieme ad altri colleghi l'Associazione culturale EIDOS e ultimo ma non meno importante, è ormai da anni tutor del corso di Riprogrammazione Bioenergetica presso l'Accademia della Riprogrammazione.

Come hai scoperto la bioenergetica/pranoterapia?

Ero studente del corso di esistenziale. Un giorno il prof mi chiese se fossi disponibile a fargli d’assistente durante uno stage. Si trattava dello stage residenziale del corso di bioenergetica. Chiamò me e una mia collega.  Ci trovammo davanti un gruppo “strano” particolare. Parlavano di energie e campi bio-elettromagnetici. Noi provenivamo da un percorso completamente diverso e quei discorsi, quelle persone, apparivano ai miei occhi alquanto strane, particolari. Il primo approccio non fu del tutto positivo. Durante i lavori dello stage, gli esercizi e le indicazioni del prof cominciarono ad accendere una luce d’interesse in me, tanto che chiesi di poter seguire di tanto in tanto qualche lezione di bioenergetica. Finito il corso triennale di esistenziale, m’iscrissi al corso di tocco pranico. Ero convinto che la bioenergetica potesse dare al corso in precedenza intrapreso, una marcia in più. Una competenza maggiore e più ampia. Posso oggi confermare che non mi sbagliavo.

Come sei arrivato all'Accademia della Riprogrammazione?
Non ricordo esattamente l’anno ma ricordo che il merito fu di una mia amica e collega. Era da qualche tempo che questa mia amica era alla ricerca di un corso professionale nell’ambito della psicologia. Eravamo entrambi affascinati dalla materia ma per diversi motivi, in quel momento, non ero convinto di intraprendere un percorso del genere. Ricordo bene che mi mostrò diversi corsi di counseling, tra cui quello dell’accademia della Riprogrammazione. Mi disse, “scelgo questo, tu vieni con me?” Come detto, non andai. Di lì a poco le nostre strade si allontanarono e rincontrai la mia amica, dopo qualche anno. Era entrata a far parte dello staff dell’accademia, mi parlò di nuovo del suo percorso e di quanto, questo, l’aveva cambiata. Aveva cambiato il suo modo di approcciarsi alla vita, ai problemi e di quanto aveva imparato a gestirli. Decisi cosi di iscrivermi, iniziai il percorso a gennaio, a corso iniziato. Feci delle lezioni di recupero individuali col prof e iniziò la mia avventura.
 
Ci parli della tua esperienza di formazione? Qualche ricordo, emozione, particolare appreso.
Sono entrato in accademia con una visione della vita e ne sono uscita con una visione completamente stravolta. Il percorso professionale va di pari passo con quello personale. E’ come se avessi demolito tutte le mie credenze, convinzioni e pregiudizi, che alla luce dei fatti si erano rivelati fin lì errati, e avessi ricostruito giorno dopo giorno, nuovi punti di vista, nuovi percorsi e nuove strade da percorrere. Come detto, il percorso personale non prescinde da quello professionale. Prima di diventare di fare il counselor bisogna esserlo. In accademia non s’impara solo a fare il counselor, s’impara a essere counselor. Di ricordi ce ne sono diversi ma quelli che mi sono rimasti in mente e che mi porterò dietro, come simbolo del mio cambiamento, sono gli stage esperienziali e i gruppi dinamici del sabato sera. Un ricordo particolare l’ho soprattutto con lo stage del mio primo anno in accademia.
Un impatto emotivo forte, bisognava mettersi in gioco, non c’era scelta. Bisognava scoprirsi, guardare in faccia se stessi e riconoscere quei programmi errati che portavano con se disagi e malesseri. Non c’era alcun modo di nascondersi. Ricordo l’ansia e la paura che facevano da apripista all’enorme gioia e soddisfazione che emerse una volta affrontate.
 
Ora che sei diventato Tutor del corso di Riprogrammazione Bioenergetica, qual è il tuo approccio a questa professione?
E’ un ruolo di enorme responsabilità. Metto a disposizione degli allievi le mie competenze professionali e le mie esperienze, senza però invadere il campo della docenza, che appartiene al Prof Papadia. Gli incontri che facciamo il sabato sono degli allenamenti, una sorta di palestra bioenergetica in cui, il più delle volte, mettiamo in pratica ciò che si è appreso durante la lezione. Gli allievi poi, si affidano a me per le curiosità sulla materia o per consigli su trattamenti che fanno in maniera individuale a casa. Laddove capisco che il tema che mi sottopongono possa avere per loro un coinvolgimento personale, li invito a parlarne con il Prof o ad andare in supervisione. Comunque aggiorno costantemente il professore sull’andamento degli allievi durante il tirocinio.

Ci racconti qualche aneddoto del tuo ruolo da Tutor all'interno dell'Accademia?
Ricordo di un’allieva del primo anno che, durante le esercitazioni, quando praticava il tocco pranico diceva di non sentire nulla, non aveva nessuna sensazione, nessuna percezione, Ricordo che ogni volta ci rimaneva male perché, durante le condivisioni, i suoi colleghi raccontavano le loro esperienze e lei, dispiaciuta, non aveva nulla da raccontare. Si era quasi convinta che non fosse adatta a questa disciplina. Un giorno, durante una sessione di tirocinio, racconta, quasi incredula, di aver visualizzato il colore viola e di aver percepito un forte profumo di fiori per tutto il trattamento. Da quel momento il suo percorso ha avuto un’accelerazione improvvisa.  La sua crescita professionale e personale cambiò  radicalmente in meglio.

La soddisfazione più grande che hai ricevuto fino ad ora?
La più grande soddisfazione ce l’ho ogni volta che gli allievi sostengono l’esame finale. Entrano in Accademia che sono ancora all’oscuro di tocco pranico e, soprattutto di counseling. Si approcciano alla materia, timorosi, pieni d’incertezze. Li accompagno per tre anni fino all’esame finale e li, mi rendo conto della loro crescita. Della capacità d’analisi, la proprietà di linguaggio, la competenza che hanno acquisito durante il percorso. Il vederli crescere pian piano fino all’esame finale rapportarsi con noi esaminatori, con competenza. Questa è la soddisfazione più grande.

Consiglieresti questo tipo di percorso? E a chi?
Certamente. Lo consiglierei a tutti. A patto che ci sia la voglia di mettersi in discussione, che ci sia la capacità di fermarsi e guardarsi dentro, di riconoscere i propri comportamenti errati. Bisogna essere empatici, avere tanta curiosità e fame di imparare. La professione, come dicevo, non prescinde dalla crescita personale. Un bravo professionista deve aver necessariamente, a mio avviso, aver affrontato un percorso personale.

di Sara De Deo
 

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