Lo stress relazionale

27 Mag 2018

Lo stress è una risposta di adattamento agli stimoli che provengono dall’ambiente. In sé è l’espressione della nostra capacità di adattarci a diverse circostanze ed è una abilità che ci permette di vivere adeguatamente anche situazioni faticose o rischiose. Quindi una caratteristica della realtà che ha degli aspetti di carica – coincidenti con il momento in cui siamo chiamati ad a!rontare una di"coltà – e di distensione – coincidenti con i momenti in cui la difficoltà è svanita.

Purtroppo però la nostra capacità evoluta di memorizzazione fa si che rimaniamo “sotto stress” anche dopo che la difficoltà è stata risolta. Il semplice fatto che sia avvenuta ce la fa considerare una minaccia per la nostra felicità futura e ci fa permanere in una situazione di stress più a lungo di quanto sarebbe necessario.

Il corpo risponde nello stesso modo alla minaccia reale o temuta. Per questa ragione possiamo essere stressati, anche solo dai nostri pensieri! E’ il semplice ripetersi di condizioni che in passato hanno prodotto pericolo che attiva i nostri sistemi psico!sici di allarme, se non siamo saldamente radicati nel momento presente, andando a formare così un sovraccarico per il nostro organismo che va ben al di là del pericolo reale.

Se pensiamo ai contesti relazionali il quadro non appare molto diverso. Sappiamo tutti, per esperienza diretta o indiretta, quanto le relazioni siano soggette ad alti e bassi e, in mezzo alla grande felicità che possono portare nella nostra vita, quanto possano attraversare fasi negative, rotture, separazione e conflitti. Questa situazione di benessere e gioia, di desiderio e di aspettativa positiva, unita alla reale difficoltà che incontriamo nel procedere delle nostre relazioni, può trasformare un rapporto in una fonte di stress.

Per essere in relazione dobbiamo essere aperti, ma per non soffrire pensiamo di doverci difendere e quindi di dover rimanere chiusi. Questo rende spesso il dolore relazionale molto acuto. Infatti nasce in condizioni di intimità e che può provocare ferite molto profonde.

Esiste poi un dolore che non nasce da un evento vero e proprio ma semplicemente dall’esperienza della separazione da ciò che riteniamo desiderabile. Possiamo soffrire non per qualcosa che è avvenuto nelle nostre relazioni ma per qualcosa che non è avvenuto e che avremmo ritenuto desiderabile. Questa sofferenza non ha un nome, spesso è il risultato, complesso, dell’essere animali sociali in una rete relazionale in continuo movimento.

Moltissime delle nostre emozioni sorgono in relazione con gli altri. Solitudine ed isolamento fanno parte della so!erenza interpersonale e sono declinate dalle nostre relazioni. La rabbia e la paura di perdere l’amore, la paura di essere giudicati e il dolore dei propri giudizi, la gelosia, l’invidia e l’elenco potrebbe continuare, sono tutti sentimenti che nascono nel contesto relazionale e che esprimono la so!erenza interpersonale.

Proviamo questo tipo di sofferenza perché siamo esseri sociali e ci aggrappiamo cercando di trattenere ciò che desideriamo – anche se non sempre è fonte di gioia e benessere – mentre le relazioni sono nel continuo flusso di novità e cambiamento. La sofferenza, in questo quadro, è abbastanza inevitabile e spesso si accompagna con il senso di colpa o addirittura la vergogna perché non abbiamo il “successo” che desidereremmo avere nelle nostre relazioni.

Anche per lo stress interpersonale una parte del dolore è legata all’evento che avviene o è avvenuto ma una parte considerevole dipende dalle nostre reazioni alle circostanze avverse. Dipende da quanto “tratteniamo” dentro di noi la memoria del pericolo vissuto, trasformandolo in una minaccia. La non consapevolezza e l’ignoranza mantengono la sofferenza invisibile e persistente permettendole di determinare il tenore della nostra vita. Questo accade perché abbiamo essenzialmente due modalità di reazione alla sofferenza: l’esplorazione o il disinvestimento.

Cosa osserviamo se guardiamo più chiaramente allo stress che viviamo nelle nostre relazioni? Possiamo discernere le cause di questa so!erenza? Comprendere le cause è, infatti, il primo passo verso la libertà dal dolore.

Uno degli elementi che unisce il desiderio alla sofferenza è la nostra tendenza ad aggrapparsi. Desideriamo qualcosa e il fatto che non si realizzi quello che desideriamo attiva una forma di ostinazione e di insistenza verso il raggiungimento di quell’obiettivo. Chiaramente la differenza tra una ostinazione distruttiva e una necessaria determinazione è complesso e spesso disegna proprio la nostra felicità o infelicità.

Abbiamo bisogno di rivolgere sufficiente impegno per raggiungere i nostri obiettivi, nello stesso tempo a volte la tensione per i desideri insoddisfatti può arrivare a farci vivere un altissimo livello di stress relazionale. Questa ostinazione non è solo il risultato del piacere che il desiderio ci dà nel presente: è frutto della nostra storia passata di piacere e dolore.

Ma perché scatta l’ostinazione? Il non realizzarsi di un nostro desiderio viene percepito come una minaccia alla nostra integrità. Desideriamo qualcosa che in passato ci “ha fatto bene” – qualunque sia il significato che per noi ha la sensazione piacevole – e il fatto che quell’evento desiderato non si ripeta è percepito come una minaccia, un pericolo. Diventa uno stress percepito, anche se non reale.

Corpo e mente sono una identità funzionale, non separata, questo stato di aggrappamento si esprime nel
corpo con una serie definita di tensioni. Sono quelli che Lowen chiama hang ups e che riducono il nostro radicamento nella realtà, tenendoci appesi. Questi blocchi alimentano la nostra ostinazione e la nostra modalità di aggrapparsi, per combattere quella che noi viviamo come “paura di cadere”, il lasciar andare l’illusione che il desiderio alimenta.

La perdita di grounding non è però l’unico effetto corporeo del nostro aggrapparsi. L’altro è lo strutturarsi di un blocco a livello delle spalle e delle braccia: anziché essere espressione del nostro protendersi alla vita e agli altri, diventano roccaforti di tensione che usiamo per fronteggiare il cambiamento, aggrappandoci al passato.

Ecco perché in bioenergetica gli esercizi legati al protendersi sono così significativi: esercizi in cui riportiamo – o lavoriamo per riportare – al flusso naturale, la protensione verso l’esterno e il ritiro fisiologico e riparativo verso l’interno. Apertura e chiusura sono infatti due movimenti naturali, presenti sempre nel corpo. Basti pensare al battito del cuore, al movimento del respiro, alla peristalsi interna. Abbiamo bisogno di aprirci, per prendere aria, nutrimento, contatto. Abbiamo bisogno di ritirarci per recuperare le forze, riposare, comprendere.

La difesa interrompe la spontaneità e naturalità di questo movimento lasciandoci troppo a lungo in una posizione di ritiro. La percezione di un evento come minaccioso infatti, anche se non lo percepiamo chiaramente, è sostenuta dal sentimento della paura. Una emozione che si interseca nelle pieghe della nostra giornata e che ha una relazione molto stretta con lo stress. Lo stress, inteso come sovraccarico della nostra capacità di affrontare le diffcoltà quotidiane, genera paura perché ci dà la sensazione che la nostra sopravvivenza possa essere minacciata.

Naturalmente cambiare è un processo naturale e, anche, indotto dalla nostra intenzione e motivazione. Ha bisogno della nostra partecipazione. Mettersi nelle mani, in maniera passiva, di un’altra persona ci toglie questo potere.


Liberamente tratto da Bioenergetica&Mindfullness di Nicoletta Cinotti, 2017

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