Povero Rudolph

28 Nov 2019

Intervenendo al meeting annuale della British Ecological Society a Liverpool, i ricercatori del James Hutton institute, del Norsk institutt for naturforskning (Nina) e della Norges miljø- og biovitenskapelige universitet hanno rivelato che nel corso degli ultimi 20 anni – in un periodo di notevole riscaldamento estivo e invernale nella regione artica – le renne delle isole Svalbard hanno partorito più cuccioli, ma meno pesanti.

Il team britannico-norvegese sta lavorando dal 1994 nell’alto Artico per misurare e pesare le renne. Ogni inverno catturano i maschi per marcare e misurare gli esemplari di 10 mesi, tornando ogni anno per monitorarli e rilevare le loro dimensioni e peso da adulti. La mandria selvatica studiata è passata dagli 800 esemplari degli anni ‘90 a circa 1.400

L’indagine dimostra che per oltre il 17 anni consecutivi il peso delle renne adulte è diminuito del 12%: da 55 kg per i nati nel 1994 a poco più di 48 kg per i nati nel 2010.

Il leader del team di ricerca, Steve Albon, ritiene che tre fattori, tutti influenzati dai cambiamenti climatici, siano responsabili della contrazione fisica delle renne: «Nelle Svalbard, la neve ricopre il terreno per 8 mesi all’anno e, normalmente, le basse temperature limitano la crescita dell’erba a giugno e luglio. Ma, dato che le temperature estive sono aumentate di 1,5° C, i pascoli sono diventati più produttivi, consentendo alle renne femmine di guadagnare più peso entro l’autunno e quindi concepire più cuccioli».

Però, inverni più caldi, significano più pioggia. La pioggia cade sulla neve, si congela creando uno spesso strato di ghiaccio che impedisce alle renne di raggiungere il cibo sepolto sotto la neve. Quindi le renne sono affamate, abortiscono oppure danno alla luce cuccioli meno pesanti e forti.

Il terzo fattore che entra in gioco è che negli ultimi 20 anni, il numero di renne è raddoppiato, quindi in inverno c’è una maggiore concorrenza per il cibo, il che potrebbe anche aiutare a spiegare la diminuzione di peso delle renne.

«Questo implica che nei prossimi decenni ci potrebbero essere renne ancora più piccole nella regione artica, forse a rischio di estese morie a causa di un aumento del ghiaccio sul terreno», Albon avverte.

A differenza del Babbo Natale americano, con le sue renne capitanate da Rudolph dal brillante naso naso rosso, la slitta della tradizione nordica, descritto nel famoso libro di Raymond Briggs, è trainata da due sole renne e a questo punto c'è da chiedersi: così piccole e deboli saranno sufficienti?

Le temperature artiche stanno crescendo più velocemente rispetto alla media mondiale e la maggior parte degli studi sul riscaldamento globale si sono concentrati sugli orsi polari che cacciano foche sulla banchisa ghiacciata, invece che sugli animali che vivono sempre sulle isole come le renne, le volpi artiche e la pernice bianca delle Svalbard.

I ricercatori hanno notato che ad esepio le volpi sono in aumento, «Un po’perché prosperano grazie agli inverni rigidi di ghiaccio cibandosi delle renne morte – ha affermat alla Reuters Eva Fuglei, del Norsk Polarinstitutt e del Fram Centre, che non è stata coinvolta nello studio  – questo significa che le volpi dovranno lottare per alimentarsi nei prossimi inverni, perché sopravviveranno solo le renne adulte più forti».

E’ il feroce, bellissimo e spietato modo in cui la natura si adatta al mondo cambiato dall’uomo, ricostruendo a fatica catene vitali che abbiamo spezzato.

Speriamo che Babbo Natale porti alle renne, alle volpi, agli orsi e alle pernici delle Svalbard un po’ più di saggezza e cura degli uomini per il mondo, che è la nostra casa comune.

Liberamente tratto da Greenreport.it, del 13/12/2016
 

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