Salute dei migranti e prosperità economica

12 Gen 2019

Garantire la salute di migranti e rifugiati è prima di tutto un dovere umanitario, ribadito in molti trattati internazionali. Ma è anche nell’interesse delle società che li accolgono, in termini di salute pubblica e di prosperità economica.

Lo ribadiscono due grandi studi sul tema presentati nelle ultime settimane. Quello della UCL-Lancet Commission on Migration and Health, coordinato da Ibrahim Abubakar dello University College London (UCL), che presenta “la più completa rassegna dei dati disponibili su migrazione e salute” a livello mondiale. E il primo rapporto sul tema presentato oggi 21 gennaio dall’Ufficio regionale per l’Europa dell’Organizzazione mondiale dalla Sanità (OMS), che raccoglie per la prima volta i dati su migrazioni e salute nella regione europea dell’OMS.

“I nostri dati sfatano miti diffusi, che in molti paesi sono entrati nel senso comune e alimentano politiche ostili”, spiega Abubakar. A partire dal mantra che “non ce li possiamo permettere”. Le analisi economiche mostrano che i migranti, sul lungo termine, arricchiscono le società che li ospitano e pagano in tasse più di quanto ricevano in welfare.

Per fare un esempio, nelle economie avanzate ogni aumento dell’1% dei migranti nella popolazione adulta accresce del 2% il prodotto interno lordo (PIL) pro capite. Le politiche che li demonizzano, quindi, sono non solo disumane ma anche autolesioniste, e minano fra l’altro la sostenibilità dei servizi sociali e sanitari. “Offrire ai migranti un’assistenza sanitaria adeguata offre benefici all’intera comunità. Negargliela rischia di costare all’economia e alla sanità più dei modesti investimenti necessari a garantire loro il diritto alla salute e a una vita produttiva”, dice Abubakar.

Questa situazione un po’ schizofrenica si traduce in quanto osserva l’OMS: in parecchi paesi europei programmi per riconoscere e soddisfare le esigenze sanitarie dei nuovi arrivati convivono con politiche che di fatto ne restringono il diritto alla salute.

Le difficoltà però non stanno solo nella cattiva volontà, rimarca l’OMS: migranti e rifugiati hanno esigenze di salute specifiche, ma oggi mancano indicatori globali per descriverle e iniziative sistematiche per raccogliere questi dati, così che non abbiamo informazioni solide su cui basare le iniziative. Mentre le informazioni raccolte a livello locale restano spesso frammentate e poco accessibili.

Questo è perciò uno dei primi fronti su cui la branca europea dell’OMS sta lavorando, in una serie di nuovi programmi lanciati per assistere e coordinare le iniziative degli Stati membri, come il Migration and Health programme e il Regional Strategy and Action Plan for Refugee and Migrant Health. E il nuovo rapporto, che esamina sistematicamente tutta la letteratura recente più varie altre fonti di dati, è un primo passo per tracciare un quadro della situazione.
Nel complesso la mortalità dei migranti è più bassa che nelle popolazioni europee che li ospitano, ma è maggiore quella per infezioni e malattie del sangue e cardiovascolari.

Le malattie infettive sono quelle su cui si hanno più dati. Tra le esigenze specifiche, l’OMS segnala quelle dei bambini che a causa del viaggio possono aver interrotto anzitempo i cicli vaccinali, e raccomanda quindi a tutti gli Stati di includere i migranti nei propri programmi vaccinali. Tra le altre insidie di rilievo ci sono la tubercolosi, che può essere ardua da rilevare, e l’HIV, che però, a differenza di quanto si credeva, viene spesso contratto nel paese d’arrivo. I piani di prevenzione e sorveglianza devono quindi tenerne conto, non concentrandosi solo sui nuovi arrivi.

E questo riporta l’attenzione su un altro mito rimarcato dal rapporto su “The Lancet”: il sospetto che chi arriva da lontano porti chissà quali malattie, "probabilmente il mito più pervasivo nella storia su migranti e salute", ma smentito da innumerevoli dati. Nei paesi con un buon sistema sanitario i rischi di contagio dei residenti sono minimi, rimarca Abubakar. E non caso l’OMS, nel rispondere alle nuove esigenze, ha scelto di non agire in una mera ottica emergenziale ma di puntare a rafforzare strutturalmente i vari sistemi sanitari, a vantaggio della salute pubblica complessiva.

La carenza di dati e la grande varietà delle situazioni rendono più confusi i quadri delle malattie non infettive, la cui prevalenza è spesso minore all’arrivo ma poi converge con quella locale. Fra i temi di rilievo si trovano le mutilazioni genitali femminili, a volte praticate negli stessi paesi europei ma che, per fortuna, le stesse comunità di migranti ritengono tanto meno accettabili quanto più permangono nei paesi ospitanti.

Un’altra esigenza specifica è quella delle vittime di abusi sessuali, che possono avvenire durante e dopo il viaggio, a danno sia di donne sia di uomini, mentre i servizi dedicati sono spesso rivolti alle sole donne. Quanto alla salute mentale, rifugiati e richiedenti asilo, com’è facile immaginare, sono i più a rischio di disturbo da stress post traumatico, ma anche di depressione e ansia, che aumentano di pari passo con i tempi d’esame delle domande d’asilo e con disagi socioeconomici come l’isolamento sociale e la disoccupazione.

D’altronde, rimarcano i due rapporti, gli aspetti clinici sono solo alcuni dei fattori in gioco. Altrettanto contano elementi strutturali e politici, dalle condizioni sociali che incontrano i migranti alle discriminazioni e all’accesso ai servizi sociosanitari, molto variabile da paese a paese specie per gli irregolari, con una supplenza cruciale svolta spesso dalle organizzazioni non governative. Fa danni ben dimostrati alla salute, per esempio, la detenzione amministrativa, che secondo i canoni intenzionali andrebbe usata come scelta estrema ma è invece ampiamente praticata nella regione europea, sebbene le alternative non mancherebbero.

Anche gli interventi di prevenzione e promozione sanitaria hanno effetti ben diversi a seconda dello spirito e dei modi con cui sono condotti. Gli screening alle frontiere, per esempio, sono utili purché non siano discriminatori o stigmatizzanti, non limitandosi per esempio alle malattie infettive “da tenere fuori”, ma siano finalizzati al bene dell’interessato e della salute pubblica, motivati da valutazioni di rischio appropriate, condotti su base volontaria e con la dovuta riservatezza, e, in caso di bisogno, permettano di accedere alle cure e al sostegno.

Questi, e tanti altri principi, dovrebbero guidare le azioni per garantire il diritto alla salute anche a migranti e rifugiati. Azioni sempre più ineludibili, rimarca il direttore di “The Lancet” Richard Horton: “Le migrazioni non si fermeranno. Il modo in cui affrontiamo la salute e il benessere dei migranti oggi, avrà un impatto sulle nostre società per generazioni a venire. Non c’è questione di salute globale che sia più pressante”.


Liberamente tratto da LeScienze.it, del 21 gennaio 2019
 

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